DSK, incriminazione e processo
Il giorno dopo aver lasciato con un’autocertificazione d’innocenza la direzione del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn è arrivato con tre ore d’anticipo al tribunale di New York per essere ascoltato dai magistrati.
11 AGO 20

Gli avvocati di DSK sono tornati a battere la pista del rilascio su cauzione – il solito milione di dollari, forse anche di più – in cambio di una polizza assicurativa ben strutturata su una potenziale fuga dell’imputato. Niente passaporto, braccialetto elettronico e residenza forzata 24 ore su 24 nella casa intestata alla figlia Cecilia, studentessa della Columbia University, non lontana dall’hotel Sofitel, l’antro da tremila dollari a notte in cui si è consumata la tragedia umana e politica di Strauss-Kahn. Sulla tragedia giudiziaria l’udienza di oggi al Palazzo di giustizia newyorchese dirà qualcosa in più: lo scenario peggiore per DSK è una condanna a 25 anni di carcere, pena che la legge americana prevede per i casi di tentato stupro e di “sodomia”, formula generica sotto cui viene rubricato il rapporto orale a cui il politico francese ha costretto la cameriera di trentadue anni originaria della Guinea. Almeno stando ai racconti della vittima. Ieri la giuria popolare lo ha incriminato formalmente e secondo la versione dell’avvocato difensore, Ben Brafman, DSK continuerà a proclamarsi inncocente come ha fatto subito dopo l’arresto all’aeroporto JFK di New York. A meno di resipiscenze dell’ultimo minuto, DSK non avrà nessuno sconto della pena, se pena sarà.
Il tosto giudice delle indagini preliminari, Melissa Jackson, aveva respinto la richiesta di rilascio su cauzione, citando l’ovvio rischio di una fuga dell’imputato sul suolo francese, dove una procedura di estradizione è sostanzialmente impraticabile per la giustizia americana.
Il tosto giudice delle indagini preliminari, Melissa Jackson, aveva respinto la richiesta di rilascio su cauzione, citando l’ovvio rischio di una fuga dell’imputato sul suolo francese, dove una procedura di estradizione è sostanzialmente impraticabile per la giustizia americana.
Intanto l’area dell’hotel Sofitel, sulla 44esima strada, a due passi da Times Square, è diventato un santuario accessibile soltanto ai sacerdoti della polizia scientifica. All’esterno lo scenario sembra perfettamente normale. Lacché che fischiano davanti alle porte girevoli per fermare i taxi, gente che entra ed esce da ristoranti che non esibiscono i prezzi nel menu, turisti che bighellonano approfittando dei brevi intervalli di sole di una settimana di pioggia, marciapiedi dove i newyorchesi non camminano, marciano. In giro ci sono più poliziotti del solito, ma questo dipende da Bin Laden, non da Strauss-Kahn. Sull’ingresso dell’hotel garriscono sincronizzate la bandiera americana e quella francese, segno della proprietà dell’albergo e ora simbolo del grande scontro giudiziario e culturale che divide New York e Parigi. Strano che sia proprio un codice legale a dividere i due mondi che hanno messo una tavola della legge nella mani di una statua della dea Libertas e ne hanno fatto il simbolo dell’imperitura unione dei loro ideali al cospetto dei popoli migranti. Nel 2003 la bandiera francese del Sofitel è stata temporaneamente sostituita con quella della città di New York, nel momento in cui i dissapori per la riluttanza di Parigi per la campagna militare in Iraq hanno creato un movimento iconoclasta antifrancese. Tutti i simboli dell’alleato infedele dovevano essere smantellati dalla pubblica piazza americana: le bandiere andavano tolte dalle aste, le “french fries” dovevano essere ribattezzate “freedom fries”, il Côtes du Rhône sostituito con più sgarbati vitigni delle autarchiche valli californiane o importato dai valorosi alleati australiani. Poi le sporgenze più ruvide sono state levigate, il tempo ha lenito l’affronto e la bandiera è ritornata al suo posto. Ma lassù, nella stanza 2.806, quella in cui il cabalista Bernard-Henri Lévy ha visto la data delle primarie socialiste che DSK giocoforza salterà, gli agenti della scientifica continuano a cercare prove con il loro piglio “law and order”. Il caso è stata affidato alla Special Victim Squad, la versione reale della Special Victim Unit della serie televisiva. E’ uno dei molti tentacoli della grande piovra della polizia di New York, che non a caso è stata descritta dal giornalista Christopher Dickey in una memorabile inchiesta come il più grande apparato antiterrorismo del mondo. Gli uomini della Svs prendono in carico una media di seimila casi all’anno, un numero che racconta il lato della città che chi sta felicemente rinchiuso nell’Upper West Side non può vedere se non in quelle sere degli anni Ottanta in cui Robert Chambers, il “preppie killer”, si nascondeva nelle zone più buie di Central Park. Ma la squadra che si occupa degli abusi sessuali non è del tutto estranea al mondo borghese e i suoi casi uniscono il mondo dei guerrieri della notte a quello del falò delle vanità. Ognuno dei cinque distretti – Manhattan, Brooklyn, Bronx, Queens e Staten Island – ha la propria ventrale, e nonostante i fasti televisivi “nessuno degli agenti trova che il lavoro sia molto glamour”, dice il portavoce. Gli agenti stanno sondando la camera 2.806 centimetro per centimetro, così come hanno scandagliato ogni anfratto del corpo della vittima alla ricerca non solo di danni subiti ma anche delle tracce dello stupratore. Per lavorare nella squadra la competenza non basta: serve sensibilità, tatto, discrezione per immergersi nel mondo dei turbamenti umani e uscirne con una prova da passare ai colleghi del laboratorio. Per un’analisi del dna servono otto giorni di tempo, “non basta lo spazio della pubblicità”, dicono al dipartimento. E’ uno dei molti dettagli che la cinematografia di questa storia urbana è costretta a tradire.